Spingendosi sulle punte, s’allungava sui polpacci, stirava le braccia dietro la testa, guardava fisso davanti a sé e dondolava sulle caviglie ondeggianti. L’ombra gli restava attaccata alla punta delle scarpe, ciondolante ed ubriaca di sonno e di vino e di pensieri di notte. Gli occhi secchi fissavano la luce gialla della via finché cadde a sedere sullo scalino bagnato di un portone di legno. La sera era sempre, da sempre, piovosa, e non ci badò. L’ombra ubriaca ballava un valzer solitario e gli fece tanta tenerezza che avrebbe voluto abbracciarla ma non poteva, perché quella ballava e lui era immobile come una pietra in fondo ad un lago. L’ombra affannata, gli si sedette a fianco e si addormentò. Allora si alzò, perché la musica era forte in quella strada vuota, e ballò su tre mattonelle la danza che aveva ballato più di mille chilometri fa. Pensò che era solo ma che non lo era, e la solitudine gli parve meno gravosa e forse, in parte, gli apparì come un sollievo. Risvegliò la sua ombra, la richiamò a sé e la portò a casa.
La tacchetta rossa non si mosse: era centosessantanove centimetri e non uno di più. Si sporse in avanti a controllare i polpacci, li stiracchiò, si sbilanciò in avanti e batté la testa contro la porta del bagno. Si dispiacque, poi rise e si addormentò. L’ombra alta da luce sbieca guardò al cielo e poi si stese, dritta e lunga, contro i suoi piedi.

Lo guardava muoversi alacremente, rovistando nel cassetto più basso dei farmaci in cerca d’acqua ossigenata e garze di cotone. Ogni tanto lo vedeva lanciare un’occhiata al bimbo panciuto che piangeva abbattuto ed impaurito al ricordo brucente dell’ultima escoriazione da bicicletta. Il bambino attendeva, sospirando e singhiozzando, la disinfezione. Il dottore, chino sul cassetto, ogni tanto gli rivolgeva un sorriso comprensivo di compatimento. Compatimento nel senso di compartecipazione al suo pathos. Lo guardava e si ripeteva nella testa quella parola, “compartecipazione”. Non stava bene. Non riusciva a trovare perifrasi che potesse rendere meglio l’abbraccio spontaneo di quegli occhi tranquilli e quel sorriso sincero. Il dottore, ogni tanto, stringeva la bocca e ritraeva il mento in segno di monito e ammonimento leggero, e poi sorrideva di nuovo. Lei ripensò alla prima volta che gli vide i piedi. Erano gialli e si chiese perché. Si chiese perché non ci avesse mai pensato prima. Così si sforzò di ricordare. Rivide il camice verde, la mascherina, sentì la porta chiudersi a scatto, qualche infermiera trottarle intorno. Ricordò che sentiva una musica distante, qualcuno che chiacchierava dell’ultimo film, rumori metallici aggrovigliarsi sotto di lei. Si focalizzò sulla stanza intorno, ne rivide le pareti, il pavimento grigio, gli zoccoli bianchi dell’epoca. Si tenne ai bordi del lettino e, per fare più forza, si spinse, gridando, in avanti. Fu lì che la vide: estranea ai fatti ed al luogo, ignorata ed intonsa, eppure abilitata ad assistere allo spettacolo. Si buttò indietro e non guardò più. Sentiva un odore dolce nell’aria. Era maggio ma sapeva d’autunno. Solo trent’anni dopo capì che si trattava di odore di mele cotogne. Il piedino, appena nato, ci era finito dentro e si era tinto di giallo. Il dottore di allora, che era nato in una sala parto priva di marmellata,  sbraitò che non era quello il luogo per dolci e barattoli. Aveva ragione. Ma, se ogni cosa fosse stata al suo posto, suo figlio non avrebbe saputo, da sempre, di mela cotogna.
Il bambino gridò e pianse, il dottore gli scombinò i capelli, si fece piccolo e gli regalò un dolcetto alle more da un pacco già aperto. Al bambino non piacque e lo gettò via mentre usciva, credendo di non essere visto. Il dottore di mela cotogna si fece una sonora risata. La madre lo guardò di sottecchi e ne notò le dita viola di zucchero e marmellata che superavano appena la manica del camice bianco.

 

Arrivò a tarda sera e posò lo zaino sulla banchina del molo. Respirò profondamente salsedine bruciata per riempire lo stomaco di aria di mare. Quando rimase sola si accovacciò sulle gambe incrociate e desiderò una sigaretta. Il mare batteva mezzo metro sotto i suoi piedi, la strada bianca si arrampicava sino alla piazza ed il vento portava odore di pesce e di forno a legna. Sospirò un sorriso e si tirò su, raccolse lo zaino e si avviò per la strada bianca fino alla piazza, accese la torcia e rotolò giù per le scale, senza contare i passi, senza frenare i muscoli, toccando, per caso, ora un muro ed ora l’altro. Alle dieci di sera cadde in acqua, perché non poteva fare altrimenti. L’odore acre della salsedine non le bastava più, lo stomaco gorgogliava perché ne voleva ancora. Si immerse e respirò come si fa sott’acqua: soffiando forte dalle narici. Le orecchie si riempirono di bolle salate, poi ci fu silenzio ed il suo corpo galleggiò a faccia in giù, trasportato a peso morto da un’onda all’altra. Tornò a riva per sentire freddo. Si avvolse in una asciugamano pulita e si addormentò. La svegliò la macchina fotografica di uno straniero che timidamente le chiese scusa e passò oltre. Dividevano l’aurora in due, e in fondo non c’era niente di male. Tornò in piazza perché aveva voglia di pane dolce e di panna e li mangiò davanti al mare. Si sentì come Ben tre mesi prima, quando aveva uno zaino e nessun porto in cui approdare. Così scalò il vulcano per come sapeva, raggiunse la vetta e discese, al buio, per la via di Ginostra. Non sentì la fatica se non per l’affanno fischiato vicino alle orecchie, non vide polvere che non fosse la sabbia nera che stava cercando, non si accorse degli insetti sulla cima che le si appoggiavano alle spalle. Proseguì e raggiunse Ginostra, impolverata e sudata senza darsene conto un granché. Incontrò il vecchio delle venti case che camminava coi suoi due bastoni per la via impervia verso il Puntazzo. Lo salutò con un sorriso amichevole, quello non la riconobbe ma si adoperò in un inchino del capo e le disse sonante “Buonasera, signorina”. Dal piccolo piazzale sopra il molo guardò in faccia le altre sei isole e, da lontano, la Sicilia sfumata sul retroscena. Si appoggiò a quei muri semicircolari costruiti nel mezzo del nulla, spense la torcia, si arrotolò nel K-way e si addormentò guardando le stelle, indicandole a se stessa senza riconoscerle mai. Il giorno dopo partì di nuovo, sulla barca di Paolo che l’aveva svegliata ridendo. Le chiese quindici euro per Ficogrande e lei accettò. Da Ficogrande percorse le vie bianche verso la spiaggia di Piscità. Trovò la baia vuota e camminò dove Carmine aveva poggiato la stuoia di giugno fino a dove Andrea aveva raccontato del suo periodo di lontananza dal mondo. Si sedette lì perché le sembrò il punto migliore per prendere una decisione importante. Si tolse lo zaino dalle spalle, si tolse le scarpe e le calze e raggiunse la riva. Si immerse sino alle ginocchia, allargò le braccia e si buttò in avanti, pronta ad un impatto sonoro. Invece non fece rumore. Le onde continuarono ad infrangersi piano, il vento a soffiare leggero, qualcosa dall’acqua la tirò giù dolcemente, la accolse spostando le masse. Allora galleggiò a faccia in giù, trasportata a peso morto da un’onda all’altra ed il fotografo straniero che venne dopo di lei non riuscì mai a vederla.

Io ti aspetto all’imbrunire
sull’uscio con la donna vestita di nero
ti aspetto in attesa del contadino
di Rino e del contadino
mentre sento tra la saliva
succo di pera
e mordo le labbra blu
di sera di giugno
quando non è più freddo ma non è caldo ancora

Io ti aspetto
sull’uscio vestita d’arancio
com’ero d’arancio stamattina
perché tu possa conoscermi da lontano
ed abbracciarmi con gli occhi
e far cadere il grano dalle mani
e dimenticarti dell’uva
che hai succhiato ad occhi aperti
fino a tarda sera

Io ti aspetto
sull’uscio vestita d’arancio
con labbra blu di sera di giugno
quando fa freddo e non è più giorno abbastanza

Marco dondolò in avanti fino a battere la testa contro il vetro. Ci si appoggiò per consumare gli ultimi pensieri accaldati. Fuori pioveva. A due centimetri dai suoi occhi, il vetro appannato disegnava un perfetto ritratto dell’Ottobre 2015. Guardò dritto davanti a sé eppure non vide il riflesso di se stesso, né il giardino al di fuori. Vide gocce di pioggia appannata e svuotò la mente, d’un tratto, vomitando pensieri gorgoglianti di acido amaro e muchi impastati. Giulio gli aveva detto che quella non era più vita per lui. Respirò forte e vomitò ancora, in piedi, attaccato alla finestra. Gli aveva consegnato una borsa piena di scatole intatte, gli aveva confessato che non sarebbe tornato. Marco rispose al bacio freddo del vetro d’Ottobre poggiandoci una mano. Lo accarezzò ma voleva schiaffeggiarlo. Non gli credette. Giulio gli aveva teso una borsa piena di scatole ed un polso graffiato. Ancora una volta, magnificamente, si stagliava nella stanza il suo bipolarismo. Sentiva le gambe tremare e quasi cedere. Gli venne in mente il freddo di fine estate dell’Europa del nord. Sentì che gli pungeva il naso e lo respirò con forza: un antiemetico vigoroso ma passeggero. Anche lo stomaco si contorceva. Giulio se n’era andato per l’ennesima volta, ancora una volta coi polsi graffiati, ancora una volta troppo stanco per restare. Ancora una volta gli aveva detto che non era vita per lui. Bruciava il vetro sulla fronte, i pensieri biliosi non avevano inizio né fine, crollava ogni senso logico, si sgretolava la corteccia, sentiva solchi profondi e vuoti d’aria, e bile e muchi, impasto immondo di pensieri amari ovunque intorno a sé. Calcolò quanto tempo fosse ragionevole aspettare prima di impazzire, si chiese come avrebbe reagito un anno e mezzo prima. Contò senza un limite, si perse nei numeri, ricontò lo stesso tempo più e più volte, perse il conto e contò dall’inizio quel tempo sempre immobile e zitto, nella stanza ferma dentro il tempo grigio. Contò e sentiva lacrime e sangue scivolargli sulla faccia, boccheggiava contro Ottobre freddo che forte si spingeva addosso a quel vetro. Senti gocciolare sale dal soffitto, bruciava forte e si graffiò le guance, perché bruciasse di più. Giulio non era più tornato. Stavolta davvero aveva deciso che non era più vita per lui. I farmaci intatti erano tutti ancora nella borsa. Marco contò il tempo e i pochi anni di suo fratello e le scatole chiuse e ancora il tempo, i secondi infiniti, i passi sino alla porta, contò i graffi, i pensieri biliosi, e stavolta vomitò davvero, direttamente dallo stomaco. Divenne buio e divenne giorno e poi buio ancora, la pelle raggrinziva, la mente vomitava, il sale gocciolava e lui non smetteva di graffiarsi le guance.
Nessuno lo rivide più da quando nessuno vide più Giulio.
Nessuno sospettò che non fossero guariti.

E’ Natale, un’altra volta. Per la terza volta diverso dagli altri. Quest’anno qualcuno mi tiene stretta per la maglia. Io a volte guardo giù, a volte cerco di rimettermi in piedi, ma sempre sento forte la presa. Mi viene da sorridere e da piangere un po’. Da piangere quando grido una canzone a te che non mi senti, quando grido a te da troppo lontano. Troppo spazio e troppo tempo. L’anno scorso sarebbe stato domani: la porta chiusa, la mia brutta caduta, due braccia per caso a sorreggermi. Sarebbe stato domani ed ora tutto è cambiato. Troppo spazio e troppo tempo. Mi è stato detto che ho paura di perdere, che sto solo ferma in attesa, ma io ci ho pensato ed ho capito che non è vero. Troppo tempo, troppi momenti e scene decisive. E’ cambiata la chiave di lettura. Era troppo tempo fa. Conservo il ricordo, il sorriso e purtroppo, ancora, la malinconia. Ma sento forte la presa. La sento forte e mi viene da sorridere e da piangere un po’. Così a volte vorrei abbracciarti e dirti che anch’io sento quello che senti tu. Ma ancora a volte sovrappongo i visi e guardo giù. Ma sento forte la presa, che sorprende ed imbarazza le mie mani deboli.

Messico, seconda parte.

La mia seconda opportunità.
Forse per questo aspettavo con ansia anche il volo di ritorno, l’ultimo aeroporto: per fare meglio. Il cibo, la palestra, tornare davvero.
Rivedere lui che mi ha aspettato con pazienza e volontà. Andare avanti, passare oltre. Capire gli errori e perseverare, stupida. So che me ne pentirò eppure…ma, “Messico, seconda parte”.

Il Paese è un insieme di stati, ed è vero. Ogni posto è diverso dal resto. Mi sembra di averlo girato davvero, dall’interno, proprio come si dovrebbe fare.
I miei amici italiani, sconosciuti fino a qualche decina di giorni fa, erano un supporto convincente.
Trascinavamo a fatica necessità e ricordi che si andavano mescolando insieme nelle valigie ormai rotte e maleodoranti ed intanto imparavamo a conoscerci e ad aiutarci, ad evitarci quando era il momento, ad abbracciarci quando c’era bisogno. Parlavamo e stavamo in silenzio con i nostri tempi, ognuno dettava i suoi e gli altri cercavano di seguirne il ritmo.
I saluti frettolosi procurano segni meno profondi e sono più facili da sopportare, l’ho sempre creduto.

Sante parlerebbe di “strane usanze” e tutti lo prenderemmo in giro.

Messico, prima parte.

La gente cammina stanca e fiera, mi guarda come la stessi infastidendo. Le strade sono larghe, le case basse si sgretolano alla polvere aggiungendo calce alla terra.
Ho conosciuto ieri la mia famiglia, composta da tre ragazzi sconosciuti e ben disposti che risaltano, come me, come punti bianchi tra la folla.
Il marciapiede non ci contiene tutti, dividiamo la strada con le auto rumorose, con i taxi feroci, e con altri piedi come noi. I bambini sono su tutte le braccia, ti guardano e probabilmente mai sapranno di averti visto. La polvere, il caldo, le coperte che fasciano, la cattedrale e l’immensa piazza. Attraversiamo alla cieca, chi all’inizio, chi alla fine, chi nel mezzo della strada. I poliziotti, con una assurda divisa bianca e gialla che quasi pare scoprirgli l’ombelico, corrono avanti e indietro per l’incrocio. La fila per il pranzo è infinita, nonostante siano le cinque e mezza del pomeriggio.
Le piramidi, i bus, gli occhi attenti, la limousine affittata per il quindicesimo compleanno, la metropolitana chiusa a forza nell’ora di punta e lo spazio riservato a donne e bambini. Cinque pesos. Le scarpe impolverate, le creme, le salse, la febbre, l’aereo. Ancora le salse, il chile, tortillas, carne e frittura. Le salse, l’acqua, le salse. Salse, tortillas, salse. L’estrema disponibilità e gentilezza. L’eterna periferia delle nostre tre settimane di lavoro, l’assoluta dipendenza dal carro. L’ospedale, i pazienti, i colleghi, i chirurghi che maneggiano arte mostrandoti una tibia, quotidiani appuntamenti culinari in infermeria. La guardia di 36 ore, la colazione con uova e fagioli. Gli allenamenti. Il viaggio su un vecchio pulmino bianco con le valigie sul tetto volenti o nolenti, la seggiolina aggiunta, l’hotel che risparmia risorse, gli Oxxo fonte di colazioni sane e sicure (?). La vista di Zacatecas, le case colorate, l’ascesa faticosa sul monte di Guanajuato. Il grito de la independencia, progetti per i prossimi venti giorni. Parlare con te che mai avrei immaginato e chiederti di lasciarmi andare. Chiederti di andare via eppure sempre restare. I giorni che mancano, quelli che restano. I film da vedere, i film lasciati a metà, il gatto scappato, i cappelli e gli stivali, lo yogurt in frigo. Da quanto sono qui? Che cosa ne penso? Mi mancherà?
Dovevo farlo, questo è certo.

Questo è il Messico, per la prima metà. Questo è il Messico che mi torna in mente mentre un cagnolino messicano mi scodinzola impettito davanti e non si cura di me.

Il grido dell’indipendenza non li ha resi, io credo, indipendenti davvero. Viva independencia! Pero independencia de que? La polizia corrotta, le strade insicure, gli autobus, i taxi, la necessità di una macchina con la scuola a dieci minuti a piedi. Quale indipendenza se il marito è padrone della moglie, la polizia dei soldi e della strada e la gente di niente? Quale indipendenza? Indipendenza perché?

Génesis vuole un tatuaggio sul collo: una piuma che rappresenti il suo desiderio di libertà. Voglio essere libera, dice; ma prima di un tatuaggio sul collo c’è molto altro da fare. Per esempio varcare con più serenità, pubblica e personale, le soglie di casa tua. Poi, se ce ne sarà ancora bisogno, la piuma sul collo.

Ecco che cosa è cambiato: la mia strada, le mie scarpe, i miei vestiti.
Sto scavalcando l’ultimo gradino. Guardo indietro la strada ripida, gli ostacoli. Ricordo le mani tese, la strada insieme, la strada sola, la strada lontana. Le porte aperte, le porte chiuse, le fessure.
Guardo a me, che cosa sono diventata.
Cerco di respirare, di ragionare, aggiro le scelte più sagge. Dondolo tra quello che ero e quello che sto diventando. A volte ho la nausea per il continuo oscillare.
Nella testa passano rapide le vie, le tende sulla testa, le scarpe bagnate, le promesse non mantenute, l’età lontana contemporanea dell’altro ieri dei miei pensieri.
Lo stacco netto, quello vero, sarà brutale ed improvviso. Mi dici che non sempre è così, ma io non ti credo davvero. Respiro. Non ho da aggiungere altro se non che ho paura di sbagliare. Ma questa che novità è? Mi dici che è normale, che ti saprai proteggere. Non è giusto proseguire.
Aggiro – da un po’ – le scelte più sagge.

Ora tutto è certo, la porta si è chiusa piano, spingendo ben a fondo la maniglia e salutando gentilmente con un sorriso. Mi sono girata nella mia stanza, e all’improvviso sono rimasta sola. Avevo i miei libri, i miei obiettivi in sospeso, la tua nuova vita e poi io, ferma, cento passi più in là, di spalle a quella porta chiusa.
Bisogna farcela da soli. Bisogna poter contare su se stessi per continuare a camminare dritti sulla propria strada. Come quando un calcio sul costato ti toglie il fiato e ti sembra di morire annaspando e invece prosegui per il sentiero. Sbandi e cadi e ti rialzi, ma prosegui. A polmoni offesi ma tenaci.

Ho continuato a camminare. Ero sola ma, all’improvviso, di nuovo, sento un bacio sulla mia mano e poi le braccia strette intorno alla mia schiena. Ma io ce l’ho fatta da sola, almeno per un po’.

E anche se devo dire grazie a te e a mille altri per la serenità degli anni scorsi, dirò grazie anche a lui per la strana sensazione di questi ultimi mesi.

Dov’ero un anno fa e dove sono adesso. Che cosa è cambiato. Chi è cambiato. I progetti portati a termine, i progetti portati avanti, i progetti abbandonati. A volte mi fermo a fare dei bilanci sommari del mio ultimo anno di vita per guardarmi crescere gradatamente sull’andare dei miei passi.