Mercoledì

Era mercoledì, lo ricordo. Era mercoledì ed io mi ritrovavo al sole con la giornata tanto attesa ad attendermi.
Ne parlavano da Ottobre, come fosse il giorno dei giorni, ma io ho sempre dubitato delle belle giornate programmate. “Il bello arriva quando vuole, non quando lo decidi tu”, me lo dissi più volte, e così rimanevo al sole con la giornata tanto attesa ad attendermi ed un sorriso incosciente stampato in faccia.
Sentivo la pelle scottare ed il sudore colare giù, mentre già immaginavo il mio naso più scuro e gli occhi verde bottiglia per le tre ore a seguire. A volte vedevo il vicino spiarmi dalla finestra di fronte, abbozzavo una smorfia e lo salutavo. Lasciavo scivolare i talloni fuori dalle scarpe per sentirli bruciare un po’, come avessi un mercoledì da spendere intero a provare la resistenza del mio strato più spesso di pelle.

Quando decisi di prepararmi me la presi comoda, mi alzai e raggruppai i miei oggetti sparsi, feci la doccia, scelsi i vestiti, mi truccai ed aggiunsi collane e ciondoli perché facesse rumore il mio arrivo: ognuno deve contribuire come può alla festa, soprattutto quando è in vena di farlo. Io ero in vena di contribuire a qualsiasi cosa mi fosse capitato sotto mano, e così feci.

Feci il giro largo per arrivare quasi in riva al fiume, mi fermai a fotografare i nomi delle vie soleggiate, mi nascosi all’ombra della gente mentre correva al suo gran giorno. Si perdevano tra i vicoli ma tutti sapevano dove ci saremmo ritrovati alla fine. Avevano progetti gloriosi, ma io ho sempre dubitato delle belle giornate programmate.

Mi capitò sotto mano una porta in legno ed un campanello muto, chiamai a voce e mi risposero passi veloci e lontani. Mi persi ad immaginare l’interno del palazzo ascoltando l’eco di una camminata sconosciuta.
Mi capitò di entrare in un posto totalmente diverso da quello della mia immaginazione: era una casa a tre piani con cinque stanze in totale ed un patio chiuso da vetri di plastica. Amo sentire i passi per le scale quando scendono per venire ad aprirmi.
Nonostante ci vivessero tre persone, la porta in legno si apriva solo con le chiavi perse in una ciotola del piano di mezzo. C’erano tre interruttori della luce ed una stanza buia senza finestre giusto accanto. Salii le scale alte da casa di campagna ed arrivai alla cucina. Nel corridoio stretto toccavo entrambi i muri contemporaneamente, ed improvvisamente mi sentii nel posto giusto.
Ho sempre dubitato delle belle giornate programmate, eppure l’odore di paella valenciana e la musica andalusa mi richiamavano il cuore.
Il pavimento sporco sembrava fosse nato vent’anni prima di me e mai davvero lavato, respirava a tratti tra croste di fango scopate rapidamente sotto le scale per l’ultimo piano. Notai le piccole decorazioni verdi, limpide e chiare, sugli otto scalini di pietra. Per quanto ripidi, non fossero stati di pietra avrei pensato portassero ad una soffitta.
Non ricordo chi parlava né cosa stesse dicendo, ma la musica andalusa e l’odore della paella e le scale ripide mi chiamavano su.
Salii piano e notai il soffitto basso e l’assenza del passamano, misi rapidamente un piede dietro l’altro abbassando la testa, mi appoggiai al soffitto proprio quando stava per diventare la base di una parete e mi ritrovai d’un tratto in una stanza strana o, meglio, assolutamente insensata. Non feci domande – non avendo nessuno a cui domandare – ed arrivai in terrazza con il sole e la collana ed i ciondoli perché facesse rumore il mio arrivo; ero in vena di qualsiasi cosa mi fosse capitato sotto mano.

Feci rumore e sorrisi e ricordai che sotto mano già avevo un po’ di lambrusco ed una birra. Dimenticai la paella per qualche bicchiere di vino rosso, dei racconti di un paesino tedesco ed una chitarra. Mi adoperai per ricordare a memoria parole per ricostruire una canzone rimasta a metà. Qualcuno chiese spiegazioni sulla stanza incoerente e qualche altro non ne seppe dare. Risi e bevvi ancora qualcosa di frizzante.

Mi capitò sotto mano una terrazza bianca e piedi scalzi per ballare, delle scale con un soffitto basso ed una stanza incoerente per cui nessuno aveva spiegazioni. Gridai al vento parole a memoria e diedi unghiate alla chitarra graffiata, ed alla canzone strillata perché mi si stringeva il cuore. Mi alzai sorseggiando e girai su me stessa.
Ho sempre dubitato delle belle giornate programmate.

Mi chiamavano dal paesino tedesco perché portassi ancora della birra. Scesi piano le scale dal soffitto basso, battendo il piede per accertarmi del sostegno dello scalino, risi in lingua straniera osteggiando un improvviso rivale di sproloqui. Aprii il frigo e non ne tirai fuori nulla, ma rimediai un bicchiere da un conterraneo e qualche chiacchiera sprovvista di un significato immediato. Imitava i nostri dialetti ed io ridevo sentendomi a casa. Ero dove dovevo stare e girai un’altra volta su di me, per festeggiare. Ero lì senza motivo, come la stanza del piano di sopra, e d’un tratto me ne andai, senza dare spiegazioni. Amo i miei passi veloci per luoghi nuovi.

Risalii a tentoni il soffitto basso e tornai in terrazza senza birra, accettai un sorso da un bicchiere semivuoto ed andai a brindare con la stanza insensata. Non so cosa volle dirmi, non sentii bene le parole del suo brindisi ma scesi ancora i quindici scalini di pietra baciando il soffitto bianco. Girai su me stessa per provare il mio equilibrio e poi risalii, perdendo ancora una volta il conto. Mi proposero un ottimo mercoledì sera e credo fu quello il momento in cui decisi di andare via (ho sempre dubitato delle belle giornate programmate). Raccolsi la borsa da terra e salutai. O forse no. Scattai qualche foto alla terrazza bianca, al suolo di mattoni ed ai piedi scalzi, ed alla chitarra più in là. Mi arrampicai per le scale ripide e mancai – per forza! – il passamano inesistente. Fissai il soffitto basso un’ultima volta e la stanza incoerente su cui si apriva, accettai appuntamenti improbabili e scappai via promettendo a mia volta un incredibile mercoledì.

Mi resi conto del sole ancora alto tra le strade strette di pietra e brindai al mio bicchiere ancora fresco di birra. Salutai la strada e mi fermai sul fiume.
Mi trovai d’un tratto al buio, con un bicchiere in mano. Lanciai vodka e sbuffai fumo, o così mi dissero.
Poi fu giovedì.

Ho sempre dubitato delle belle giornate programmate, forse per questo quello fu il Mercoledì e, come per tutte le cose belle e concluse, ne ho dimenticato la fine.
Ma in fondo non me ne dispiaccio.

Questo racconto partecipa all’EDS della DonnaCamel Il sesto senso con:

Io non c’entro, di LaDonnaCamel
Incanto , di Dario
Serenissima , di Melusina
C’era quella cosa, di Melusina
Io, l’amministratore e la signora grassa, di Hombre
Il viaggio, di Pendolante
Quel certo non so che, di Lillina

10 thoughts on “Mercoledì

  1. Pingback: Il viaggio | Pendolante

  2. “Ho sempre dubitato delle belle giornate programmate. ” :-)

    Ho letto le altre tue cose, posso chiederti come mai questo stacco tra quelle e questo?

  3. Beh, diciamo che questo blog nasce come un diario personale in cui raccolgo ed organizzo le mie piccole esperienze di vita, o meglio sono commenti logorroici ed un po’ insensati alle cose che mi accadono o che vedo accadere.
    Questo racconto invece fa parte degli esperimenti in cui mi cimento grazie agli eds. Sono maniere diverse di tirare fuori qualcosa sperando anche di migliorare così la mia maniera di esprimermi. Anche leggere voi mi aiuta molto, perciò grazie!:)

  4. Perbacco, che labirinto affascinante! Una vera sorpresa, una storia non-storia come piacciono a me. Brava, e benvenuta!

  5. “Mi capitò sotto mano una terrazza bianca e piedi scalzi per ballare”.
    Che bella immagine e com’è scritta bene!

  6. Grazie ( e complimenti per titolo e sottotitolo del tuo blog, ahaha!)

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