Un anno fa era il tempo in cui avevamo paura di parlarci. Che strano che, dopo un anno, la paura sia quasi la stessa. Le maschere appese alle pareti, le speranze appese alla porta, le parole, le domande, le speranze appese e prese a sassate di notte.
Dopo un anno sono ancora qui. A contare i due giorni che mancano al poterti rivedere, ancora una volta. Immagino dialoghi muti e sguardi severi, la schiena rigida e le mie parole affrettate, tremoli e timorose, ma sincere. Dopo un anno ancora non so che cosa sia giusto fare. Sto bene e non ho bisogno d’altro che non sia tu. Eppure ci faremmo ancora del male, quantomeno nel ricominciare. Un abbraccio ed una pugnalata improvvisa, incontrollabile e non voluta. Bacerei il tuo sangue e cercherei di ricucirti le ferite ma rimarrebbero ancora aperte le mie.
Non potremmo andare avanti se non insieme, rialzandoci passo dopo passo per i primi metri, barcollando e sostenendoci, rassicurandoci pian piano. Mi chiedo se saremo mai abbastanza forti. Mi chiedo se tutta questa non sia, per l’ennesima volta, solo una speranza appesa alla porta, se non verrà ancora presa a sassate il giorno in cui deciderò di lanciarmi nel vuoto cercando le tue braccia lontane. Mi chiedo se davvero deciderò di farlo, se ti incontrerò prima di tutto questo, casualmente, e se casualmente vorrai guardarmi e parlarmi in silenzio.
Mi chiedo se il nostro tempo è davvero del tutto andato o se sapremo perdonarci la lontananza, gli addii ed il silenzio, i baci mancati, le città, gli incoraggiamenti e gli abbracci di bentornato.