Comincio finalmente a rendermi conto che non è più possibile rimandare. Non è più possibile lasciare alla mia instancabile, testarda e nascosta speranza campo aperto sulle mie decisioni. E’ tempo di fermarsi, aggrapparsi ad una roccia lungo la rovinosa discesa che ti sporca e ti impolvera ma che, in fondo, speri ti porti verso il mare. E’ tempo di fermarsi, aggrapparsi ad una roccia e rialzarsi, guardarsi intorno, spolverare i vestiti, soffiare sui tagli, e sedersi a respirare. A respirare, ad ascoltare, a guardare. Ecco, è arrivato il momento di smettere di rotolare verso valle. Le mie mani si aggrappano forte ad una pietra liscia che potrebbe lasciarle scivolare via da un momento all’altro, sento le dita che si sforzano di aderire e le unghie che cercano di graffiare, e poi le fitte al dorso, il palmo duro, il polso gonfio di fatica. Poi sento, sulla faccia, la pietra calda e, sulla pietra, le braccia, il petto, la pancia. Sento le ginocchia salire piano, gli occhi rossi di polvere e vento, e pianto, e i piedi, che poggiano poco convinti. Mi fermo a guardare, a pensare. Ho bisogno di stare un po’ ferma qui, in silenzio. Ho bisogno di questo tepore e di un appiglio che mi tenga stretto, che mi dia il tempo di recuperare le forze e che sia paziente se ancora gli sanguino addosso.
I cambiamenti repentini non sempre permettono un assestamento comodo.