Messico, prima parte.

La gente cammina stanca e fiera, mi guarda come la stessi infastidendo. Le strade sono larghe, le case basse si sgretolano alla polvere aggiungendo calce alla terra.
Ho conosciuto ieri la mia famiglia, composta da tre ragazzi sconosciuti e ben disposti che risaltano, come me, come punti bianchi tra la folla.
Il marciapiede non ci contiene tutti, dividiamo la strada con le auto rumorose, con i taxi feroci, e con altri piedi come noi. I bambini sono su tutte le braccia, ti guardano e probabilmente mai sapranno di averti visto. La polvere, il caldo, le coperte che fasciano, la cattedrale e l’immensa piazza. Attraversiamo alla cieca, chi all’inizio, chi alla fine, chi nel mezzo della strada. I poliziotti, con una assurda divisa bianca e gialla che quasi pare scoprirgli l’ombelico, corrono avanti e indietro per l’incrocio. La fila per il pranzo è infinita, nonostante siano le cinque e mezza del pomeriggio.
Le piramidi, i bus, gli occhi attenti, la limousine affittata per il quindicesimo compleanno, la metropolitana chiusa a forza nell’ora di punta e lo spazio riservato a donne e bambini. Cinque pesos. Le scarpe impolverate, le creme, le salse, la febbre, l’aereo. Ancora le salse, il chile, tortillas, carne e frittura. Le salse, l’acqua, le salse. Salse, tortillas, salse. L’estrema disponibilità e gentilezza. L’eterna periferia delle nostre tre settimane di lavoro, l’assoluta dipendenza dal carro. L’ospedale, i pazienti, i colleghi, i chirurghi che maneggiano arte mostrandoti una tibia, quotidiani appuntamenti culinari in infermeria. La guardia di 36 ore, la colazione con uova e fagioli. Gli allenamenti. Il viaggio su un vecchio pulmino bianco con le valigie sul tetto volenti o nolenti, la seggiolina aggiunta, l’hotel che risparmia risorse, gli Oxxo fonte di colazioni sane e sicure (?). La vista di Zacatecas, le case colorate, l’ascesa faticosa sul monte di Guanajuato. Il grito de la independencia, progetti per i prossimi venti giorni. Parlare con te che mai avrei immaginato e chiederti di lasciarmi andare. Chiederti di andare via eppure sempre restare. I giorni che mancano, quelli che restano. I film da vedere, i film lasciati a metà, il gatto scappato, i cappelli e gli stivali, lo yogurt in frigo. Da quanto sono qui? Che cosa ne penso? Mi mancherà?
Dovevo farlo, questo è certo.

Questo è il Messico, per la prima metà. Questo è il Messico che mi torna in mente mentre un cagnolino messicano mi scodinzola impettito davanti e non si cura di me.

Il grido dell’indipendenza non li ha resi, io credo, indipendenti davvero. Viva independencia! Pero independencia de que? La polizia corrotta, le strade insicure, gli autobus, i taxi, la necessità di una macchina con la scuola a dieci minuti a piedi. Quale indipendenza se il marito è padrone della moglie, la polizia dei soldi e della strada e la gente di niente? Quale indipendenza? Indipendenza perché?

Génesis vuole un tatuaggio sul collo: una piuma che rappresenti il suo desiderio di libertà. Voglio essere libera, dice; ma prima di un tatuaggio sul collo c’è molto altro da fare. Per esempio varcare con più serenità, pubblica e personale, le soglie di casa tua. Poi, se ce ne sarà ancora bisogno, la piuma sul collo.