Marco dondolò in avanti fino a battere la testa contro il vetro. Ci si appoggiò per consumare gli ultimi pensieri accaldati. Fuori pioveva. A due centimetri dai suoi occhi, il vetro appannato disegnava un perfetto ritratto dell’Ottobre 2015. Guardò dritto davanti a sé eppure non vide il riflesso di se stesso, né il giardino al di fuori. Vide gocce di pioggia appannata e svuotò la mente, d’un tratto, vomitando pensieri gorgoglianti di acido amaro e muchi impastati. Giulio gli aveva detto che quella non era più vita per lui. Respirò forte e vomitò ancora, in piedi, attaccato alla finestra. Gli aveva consegnato una borsa piena di scatole intatte, gli aveva confessato che non sarebbe tornato. Marco rispose al bacio freddo del vetro d’Ottobre poggiandoci una mano. Lo accarezzò ma voleva schiaffeggiarlo. Non gli credette. Giulio gli aveva teso una borsa piena di scatole ed un polso graffiato. Ancora una volta, magnificamente, si stagliava nella stanza il suo bipolarismo. Sentiva le gambe tremare e quasi cedere. Gli venne in mente il freddo di fine estate dell’Europa del nord. Sentì che gli pungeva il naso e lo respirò con forza: un antiemetico vigoroso ma passeggero. Anche lo stomaco si contorceva. Giulio se n’era andato per l’ennesima volta, ancora una volta coi polsi graffiati, ancora una volta troppo stanco per restare. Ancora una volta gli aveva detto che non era vita per lui. Bruciava il vetro sulla fronte, i pensieri biliosi non avevano inizio né fine, crollava ogni senso logico, si sgretolava la corteccia, sentiva solchi profondi e vuoti d’aria, e bile e muchi, impasto immondo di pensieri amari ovunque intorno a sé. Calcolò quanto tempo fosse ragionevole aspettare prima di impazzire, si chiese come avrebbe reagito un anno e mezzo prima. Contò senza un limite, si perse nei numeri, ricontò lo stesso tempo più e più volte, perse il conto e contò dall’inizio quel tempo sempre immobile e zitto, nella stanza ferma dentro il tempo grigio. Contò e sentiva lacrime e sangue scivolargli sulla faccia, boccheggiava contro Ottobre freddo che forte si spingeva addosso a quel vetro. Senti gocciolare sale dal soffitto, bruciava forte e si graffiò le guance, perché bruciasse di più. Giulio non era più tornato. Stavolta davvero aveva deciso che non era più vita per lui. I farmaci intatti erano tutti ancora nella borsa. Marco contò il tempo e i pochi anni di suo fratello e le scatole chiuse e ancora il tempo, i secondi infiniti, i passi sino alla porta, contò i graffi, i pensieri biliosi, e stavolta vomitò davvero, direttamente dallo stomaco. Divenne buio e divenne giorno e poi buio ancora, la pelle raggrinziva, la mente vomitava, il sale gocciolava e lui non smetteva di graffiarsi le guance.
Nessuno lo rivide più da quando nessuno vide più Giulio.
Nessuno sospettò che non fossero guariti.