Arrivò a tarda sera e posò lo zaino sulla banchina del molo. Respirò profondamente salsedine bruciata per riempire lo stomaco di aria di mare. Quando rimase sola si accovacciò sulle gambe incrociate e desiderò una sigaretta. Il mare batteva mezzo metro sotto i suoi piedi, la strada bianca si arrampicava sino alla piazza ed il vento portava odore di pesce e di forno a legna. Sospirò un sorriso e si tirò su, raccolse lo zaino e si avviò per la strada bianca fino alla piazza, accese la torcia e rotolò giù per le scale, senza contare i passi, senza frenare i muscoli, toccando, per caso, ora un muro ed ora l’altro. Alle dieci di sera cadde in acqua, perché non poteva fare altrimenti. L’odore acre della salsedine non le bastava più, lo stomaco gorgogliava perché ne voleva ancora. Si immerse e respirò come si fa sott’acqua: soffiando forte dalle narici. Le orecchie si riempirono di bolle salate, poi ci fu silenzio ed il suo corpo galleggiò a faccia in giù, trasportato a peso morto da un’onda all’altra. Tornò a riva per sentire freddo. Si avvolse in una asciugamano pulita e si addormentò. La svegliò la macchina fotografica di uno straniero che timidamente le chiese scusa e passò oltre. Dividevano l’aurora in due, e in fondo non c’era niente di male. Tornò in piazza perché aveva voglia di pane dolce e di panna e li mangiò davanti al mare. Si sentì come Ben tre mesi prima, quando aveva uno zaino e nessun porto in cui approdare. Così scalò il vulcano per come sapeva, raggiunse la vetta e discese, al buio, per la via di Ginostra. Non sentì la fatica se non per l’affanno fischiato vicino alle orecchie, non vide polvere che non fosse la sabbia nera che stava cercando, non si accorse degli insetti sulla cima che le si appoggiavano alle spalle. Proseguì e raggiunse Ginostra, impolverata e sudata senza darsene conto un granché. Incontrò il vecchio delle venti case che camminava coi suoi due bastoni per la via impervia verso il Puntazzo. Lo salutò con un sorriso amichevole, quello non la riconobbe ma si adoperò in un inchino del capo e le disse sonante “Buonasera, signorina”. Dal piccolo piazzale sopra il molo guardò in faccia le altre sei isole e, da lontano, la Sicilia sfumata sul retroscena. Si appoggiò a quei muri semicircolari costruiti nel mezzo del nulla, spense la torcia, si arrotolò nel K-way e si addormentò guardando le stelle, indicandole a se stessa senza riconoscerle mai. Il giorno dopo partì di nuovo, sulla barca di Paolo che l’aveva svegliata ridendo. Le chiese quindici euro per Ficogrande e lei accettò. Da Ficogrande percorse le vie bianche verso la spiaggia di Piscità. Trovò la baia vuota e camminò dove Carmine aveva poggiato la stuoia di giugno fino a dove Andrea aveva raccontato del suo periodo di lontananza dal mondo. Si sedette lì perché le sembrò il punto migliore per prendere una decisione importante. Si tolse lo zaino dalle spalle, si tolse le scarpe e le calze e raggiunse la riva. Si immerse sino alle ginocchia, allargò le braccia e si buttò in avanti, pronta ad un impatto sonoro. Invece non fece rumore. Le onde continuarono ad infrangersi piano, il vento a soffiare leggero, qualcosa dall’acqua la tirò giù dolcemente, la accolse spostando le masse. Allora galleggiò a faccia in giù, trasportata a peso morto da un’onda all’altra ed il fotografo straniero che venne dopo di lei non riuscì mai a vederla.