Spingendosi sulle punte, s’allungava sui polpacci, stirava le braccia dietro la testa, guardava fisso davanti a sé e dondolava sulle caviglie ondeggianti. L’ombra gli restava attaccata alla punta delle scarpe, ciondolante ed ubriaca di sonno e di vino e di pensieri di notte. Gli occhi secchi fissavano la luce gialla della via finché cadde a sedere sullo scalino bagnato di un portone di legno. La sera era sempre, da sempre, piovosa, e non ci badò. L’ombra ubriaca ballava un valzer solitario e gli fece tanta tenerezza che avrebbe voluto abbracciarla ma non poteva, perché quella ballava e lui era immobile come una pietra in fondo ad un lago. L’ombra affannata, gli si sedette a fianco e si addormentò. Allora si alzò, perché la musica era forte in quella strada vuota, e ballò su tre mattonelle la danza che aveva ballato più di mille chilometri fa. Pensò che era solo ma che non lo era, e la solitudine gli parve meno gravosa e forse, in parte, gli apparì come un sollievo. Risvegliò la sua ombra, la richiamò a sé e la portò a casa.
La tacchetta rossa non si mosse: era centosessantanove centimetri e non uno di più. Si sporse in avanti a controllare i polpacci, li stiracchiò, si sbilanciò in avanti e batté la testa contro la porta del bagno. Si dispiacque, poi rise e si addormentò. L’ombra alta da luce sbieca guardò al cielo e poi si stese, dritta e lunga, contro i suoi piedi.

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