Tommaso si addormentò pensando al primo bacio con Teresa.
Era distante cinque anni e millesettecento chilometri ma la ricordò così vicina che gli venne da piangere. La abbracciò così forte che quasi la sentì tra le braccia e la baciò imbarazzato e felice e d’un tratto vide la luce del futuro che gli si spalancava davanti.
Teresa era stata così: una porta bianca sul suo cammino. La strada giusta. La scelta felice. La sensazione che tutto andasse come doveva andare. La baciò mille volte per la prima volta, quasi sempre la sera, prima di andare a dormire, e ogni tanto sorrideva e ogni tanto piangeva e ogni tanto si diceva che era meglio così, che fosse finita.
Si era convinto di non amarla più, di amare, semmai, l’idea di lei. L’idea di Teresa, della porta bianca sul futuro luminoso, sui bambini, la casa, gli zaini da viaggio. I bambini camminavano appena e già avevano il loro piccolo zainetto da viaggiatori attenti eppure distratti, e stavano lì, sull’uscio della porta che Teresa aveva aperto.
Ora che quel bacio era distante cinque anni e millesettecento chilometri, Tommaso lo credeva l’inizio di un amore illusorio. Era il futuro che lo abbracciava con un coltello puntato al suo cuore nascosto da un mantello di luce e progetti. Quando lo abbracciò, Tommaso cadde e sanguinò ma si rialzò e ricucì la ferita allontanando e abbracciando Teresa e baciandola e scacciandola e accarezzandola e tralasciandola, eppure lei rimaneva lontana, ferma a millesettecento chilometri, e forse pensava a Tommaso o forse no, e per ragioni comunque – probabilmente – del tutto diverse dalle sue.

Una sera, distante cinque anni, pensò all’ultimo bacio a Teresa. Quanto pianse!
Si chiese se fosse stato abbastanza dolce e abbastanza lungo e abbastanza giusto abbastanza vero abbastanza esatti il momento e il posto per congedare così la storia più bella dei suoi vent’anni.
Poi pensò all’ultima volta che aveva accarezzato il suo gatto Forlì, prima che sparisse per sempre. Pensò all’ultima volta che suo nonno era stato fuori città e si chiese se ne avesse goduto abbastanza.
Non si concentrò sulle prime volte, ma su tutte le ultime volte della sua vita, le più banali: l’ultima volta che aveva mangiato una buona pizza, l’ultima volta che aveva abbracciato suo fratello, l’ultima volta che aveva detto una bugia, l’ultima volta che aveva fatto pipì per strada, l’ultima volta che era stato fuori dal continente, l’ultima volta che aveva chiacchierato con uno sconosciuto.
Visse le sue ultime volte una per una, e d’improvviso ebbe troppo da fare per pensare ancora al primo bacio a Teresa, a lei che restava ferma a millesettecento chilometri di distanza e che non aveva accettato di riprovarci un’ultima volta ancora.
L’ultima volta di Teresa non aveva coinciso con l’ultima volta di Tommaso e lui pensò, allora, che non ne valeva la pena.
Non ne valeva la pena se per uno era finita e per l’altro no.
Se l’ultima volta che lei aveva amato lui non aveva coinciso con l’ultima volta in cui lui aveva amato lei.

 

L’ultima volta che m’hai amato
avevo braccia lunghe e capelli folti
e le mie spalle brunivano al sole
e camminavo ritto tra gli arbusti di campagna

L’ultima volta che m’hai amato
avevo un cuore giovane ed era tutto tuo
ti offriva pezzi di personalità acerba
ed ero pronto a crescere al tuo fianco

L’ultima volta che m’hai amato
ti guardavo torvo ed impaurito
e non ero certo che fossimo sulla giusta via
e ti guardavo perché mi indicassi la strada

L’ultima volta che t’ho amato
è stata ieri l’altro. Passasti coi bambini tra le braccia
e ti guardai la fronte canuta e la bocca sottile
e mi venne da piangere e da baciarti la fronte

L’ultima volta che t’ho amato
è stata l’altro ieri.
Tu mi guardasti piena di rimpianti
ed io con un rimorso solo.