Ora tutto è certo, la porta si è chiusa piano, spingendo ben a fondo la maniglia e salutando gentilmente con un sorriso. Mi sono girata nella mia stanza, e all’improvviso sono rimasta sola. Avevo i miei libri, i miei obiettivi in sospeso, la tua nuova vita e poi io, ferma, cento passi più in là, di spalle a quella porta chiusa.
Bisogna farcela da soli. Bisogna poter contare su se stessi per continuare a camminare dritti sulla propria strada. Come quando un calcio sul costato ti toglie il fiato e ti sembra di morire annaspando e invece prosegui per il sentiero. Sbandi e cadi e ti rialzi, ma prosegui. A polmoni offesi ma tenaci.

Ho continuato a camminare. Ero sola ma, all’improvviso, di nuovo, sento un bacio sulla mia mano e poi le braccia strette intorno alla mia schiena. Ma io ce l’ho fatta da sola, almeno per un po’.

E anche se devo dire grazie a te e a mille altri per la serenità degli anni scorsi, dirò grazie anche a lui per la strana sensazione di questi ultimi mesi.

Dov’ero un anno fa e dove sono adesso. Che cosa è cambiato. Chi è cambiato. I progetti portati a termine, i progetti portati avanti, i progetti abbandonati. A volte mi fermo a fare dei bilanci sommari del mio ultimo anno di vita per guardarmi crescere gradatamente sull’andare dei miei passi.

Comincio finalmente a rendermi conto che non è più possibile rimandare. Non è più possibile lasciare alla mia instancabile, testarda e nascosta speranza campo aperto sulle mie decisioni. E’ tempo di fermarsi, aggrapparsi ad una roccia lungo la rovinosa discesa che ti sporca e ti impolvera ma che, in fondo, speri ti porti verso il mare. E’ tempo di fermarsi, aggrapparsi ad una roccia e rialzarsi, guardarsi intorno, spolverare i vestiti, soffiare sui tagli, e sedersi a respirare. A respirare, ad ascoltare, a guardare. Ecco, è arrivato il momento di smettere di rotolare verso valle. Le mie mani si aggrappano forte ad una pietra liscia che potrebbe lasciarle scivolare via da un momento all’altro, sento le dita che si sforzano di aderire e le unghie che cercano di graffiare, e poi le fitte al dorso, il palmo duro, il polso gonfio di fatica. Poi sento, sulla faccia, la pietra calda e, sulla pietra, le braccia, il petto, la pancia. Sento le ginocchia salire piano, gli occhi rossi di polvere e vento, e pianto, e i piedi, che poggiano poco convinti. Mi fermo a guardare, a pensare. Ho bisogno di stare un po’ ferma qui, in silenzio. Ho bisogno di questo tepore e di un appiglio che mi tenga stretto, che mi dia il tempo di recuperare le forze e che sia paziente se ancora gli sanguino addosso.
I cambiamenti repentini non sempre permettono un assestamento comodo.

Dovrei fermarmi a ragionare e contare fino a cento almeno mille volte prima di parlare, ne ho più bisogno degli altri.
Dovrei mettere dei paletti ed evitare di andare fuori strada, o zigzagare, perlomeno, rasente alle bandierine.
Invece prendo fuoripista senza saper sciare, cerco di stare in piedi, tiro giù un ramo, slitto sul ghiaccio, prendo una botta, calpesto le orme, chiudo gli occhi e poi li riapro e non so più dove mi trovo.
Ricordo i paletti sulla neve fresca e bianca, e adesso, se ci penso, mi sembra così soffice e tiepida sotto i miei scarponi insensibili di Gennaio 2014.

Forse dovrei chiudere le porte appena aperte, dirvi grazie, davvero, e poi andare via.
Forse dovrei incorniciarvi e lasciarvi andare ed aspettare la mia nuova occasione, la mia prossima opportunità per non sbagliare.

Ho mille parole in testa e la neve alle ginocchia, i guanti bagnati dalle vostre reazioni e dalle mie. Scavo con i gomiti, mi butto in avanti, ma poi no, basta, non è più il momento di insistere sulla mia distruttiva, refrattaria, arroganza.

Verrete a riprendermi se mi vedrete mancare.

Le disse che era tardi, nascose la faccia e la bocca tra la sciarpa ed il cappotto, rabbuiò gli occhi e gli si scurirono i capelli, irrigidì le guance mordendosi i denti e si voltò.
Lei fissò la sua schiena, la testa nera, i jeans un po’ strappati sulle tasche, la postura che ne tradiva la costruita sicurezza. Avrebbe teso la mano verso il suo fianco, lo avrebbe richiamato a sé lentamente, voltandolo in apnea. Lui sarebbe rimasto cupo e serio, ma sollevato. Gli avrebbe sorriso, picchettando il ghiaccio poco a poco, sgretolandolo pian piano, riscaldandolo a tratti. Ma tutto questo non era possibile, non era possibile tendere il braccio né richiamarlo indietro. Si era nascosto nel suo cappotto e non ne sarebbe più venuto fuori, i piedi vacillanti avrebbero trovato l’ultimo pretesto per fuggire.
Così gli fissò la schiena, la testa nera ed i jeans, e lo lasciò andare. Gli disse qualcosa che lui non sentì e lei, forse, neppure. Lo vide allontanarsi eppure, da allora, se lo sentì sempre accanto.

Per strada, poi, una sera, evitarono di guardarsi.

La cenere di fronte la mia finestra è partita più di cento chilometri fa. Ha percorso la sua strada d’aria e tornanti, ha guardato sotto di sé le strade, le macchine, le persone e poi, finalmente, ha scelto la mattonella rosa, di fronte la mia finestra, per dire “Sì, io mi fermo qui”, e si è fermata. Ci guardiamo. Mi chiedo se abbia scelto anch’io di fermarmi qui o se, invece, il mio viaggio d’aria e tornanti debba ancora cominciare. Un pezzo, sono sicura, c’è stato. Da qualche parte bisognava iniziare. Il cappello nell’armadio mi torna in testa per qualche giorno, giusto quando doveva farlo perché io ne rimanessi sorpresa. Ma ormai mi sto abituando.
Ho ricordi perfetti di storie vissute e pensate. Sono perfetti. Ci aggiungerei qualcosa, eppure così, probabilmente, li rovinerei. Vorrei riviverli, attualizzarli, ma a volte penso che è è un rischio troppo grosso: perdere la meraviglia dell’accaduto con banalità recenti. Ma se così non fosse?

E’ cambiato tutto ancora una volta. Così, d’un tratto, di sabato sera, tutto cambia e torna uguale. Crollo delle barriere intorno a me, mi ritrovo spoglia in piedi, tutto come quando c’eri anche tu ad avvolgermi. Tu che torni al momento giusto eppure non ci sei. I capelli ricci ed un sorriso di cortesia come non ci fossimo mai conosciuti.
Io senza i miei mesi addosso, con le parole in bocca e i passi fermi. Come quando percorri un circolo e ti scontri di faccia con chi stava andando nella direzione opposta alla tua. Così mi verrebbe da scontrarmici, mi verrebbe da colpirti ed abbracciarti, ma sarebbe così difficile lasciarti andare ancora che solo mi sposto, mi spingo indietro, trattengo il respiro, chiudo gli occhi ed alzo le braccia. Ti sento passare ma ti immagino ancora fermo a guardarmi, ed ho così tanta voglia e paura di riaprire gli occhi che perdo le forze e cado, vinta dall’incertezza.
Così tu andrai via, sicuro come vorrei essere io, come se non mi avessi mai conosciuto ed io resterò a guardarti finché qualcuno infine mi tenderà un braccio e mi porterà via.

Un anno fa era il tempo in cui avevamo paura di parlarci. Che strano che, dopo un anno, la paura sia quasi la stessa. Le maschere appese alle pareti, le speranze appese alla porta, le parole, le domande, le speranze appese e prese a sassate di notte.
Dopo un anno sono ancora qui. A contare i due giorni che mancano al poterti rivedere, ancora una volta. Immagino dialoghi muti e sguardi severi, la schiena rigida e le mie parole affrettate, tremoli e timorose, ma sincere. Dopo un anno ancora non so che cosa sia giusto fare. Sto bene e non ho bisogno d’altro che non sia tu. Eppure ci faremmo ancora del male, quantomeno nel ricominciare. Un abbraccio ed una pugnalata improvvisa, incontrollabile e non voluta. Bacerei il tuo sangue e cercherei di ricucirti le ferite ma rimarrebbero ancora aperte le mie.
Non potremmo andare avanti se non insieme, rialzandoci passo dopo passo per i primi metri, barcollando e sostenendoci, rassicurandoci pian piano. Mi chiedo se saremo mai abbastanza forti. Mi chiedo se tutta questa non sia, per l’ennesima volta, solo una speranza appesa alla porta, se non verrà ancora presa a sassate il giorno in cui deciderò di lanciarmi nel vuoto cercando le tue braccia lontane. Mi chiedo se davvero deciderò di farlo, se ti incontrerò prima di tutto questo, casualmente, e se casualmente vorrai guardarmi e parlarmi in silenzio.
Mi chiedo se il nostro tempo è davvero del tutto andato o se sapremo perdonarci la lontananza, gli addii ed il silenzio, i baci mancati, le città, gli incoraggiamenti e gli abbracci di bentornato.

Ne valeva la pena. Valeva la pena rifare la valigia quindici volte, indossare due maglioni e tre giacche e nascondere il computer dietro la schiena, valeva la pena scoprire che l’aereo era in ritardo e che probabilmente l’ultimo treno per Cordoba sarebbe partito prima di me.
Valeva l’incertezza ed i dubbi. Valeva le strade nuove, la valigia rotta.
Ma questo si è capito presto. Si è capito dalla pasta con i peperoni e le melanzane pronta ad aspettarmi alle dieci e mezza di sera. Valeva la pena anche mangiare peperoni.
E’ passato un anno e tutto è diverso. Così diverso che non ricordo neppure com’era prima, o lo ricordo appena. Guardo le foto di una piazza e mi si apre il cuore, sento spifferi pungere in alto a destra, poi al centro. Piccole formiche dentro il petto. Le strade, la pioggia, la struttura a vetri. I nostri passi bagnati, le corse, i vicoli e i bar. Le pietre storte, le sedie impilate, le panchine vuote. Spazio per tre mercati e la gente sotto i portici. Le salite, le case, le feste. Il vino ed il bagno al piano terra, il patio e la terrazza. Tendillas in attesa, la fontana ed il cavallo con la bandiera, la polizia di passaggio, la discoteca di fine serata, quando non è ancora tempo di tornare.
Un anno fa, l’ultima giornata prima che.

L’arte ha bisogno di avvelenarsi un po’.
Ha bisogno di vivere in apnea, scappare verso l’aria, boccheggiare, affogare, boccheggiare ed ingoiare acqua salata nella gola graffiata.
L’arte ha bisogno di avvelenarsi un po’, di ricercare il dolore da cui fuggire. Sa che l’estrema felicità sta nella via di fuga, nel credere di potercela fare.
Se non ce la fa, trova le sue armi per perdere a suo modo.
Affoga graffiandosi la faccia e lascia che un po’ del suo sangue colori il mare e ne macchi per sempre l’onda. Piccoli globuli tra le molecole, confusi tra sabbia e ceneri nei fiumi.
A volte i pesci mangiano dolore. A volte scelte o felicità.
Ritrovo il tuo veleno steso in un piatto, ci bagno l’anima graffiata dalla tua voce blu e dagli occhi chiusi che si guardano intorno.
A volte mi sembra di averti sfiorato la mano, mi sembra che tu mi sia scivolato giù e che ti abbia visto allontanarti da una rupe.
L’arte ha bisogno di un po’ di veleno, assaporarlo e poi sputarlo via è ciò che la rende viva.

Ti scolpisci un’espressione immobile sul viso e poi mi parli perdendo le parole, le sento scricchiolare sotto le tue scarpe ed i miei piedi nudi.
Le sento sbriciolarsi, stridere tra i tuoi denti e cadere. Le perdo sul terreno e non ne conto i pezzi.
Le guardo con attenzione e poi guardo te, ancora una volta. Ma hai un’espressione seria e lontana scolpita sul viso.
A volte mi chiedo se mi stai davvero guardando.
Vorrei abbracciarti ma poi ti vedo e non ne ho più voglia. Ho paura del freddo di pietra delle tue braccia appese.

Ti spingo soffi caldi tra le crepe, ma non basta.

E’ colpa mia se ti ho colpito e spaventato, è colpa mia se hai una corazza di pietra a proteggere la maschera di cui conoscevo ogni filo.
E’ colpa mia se ti si sbriciolano le parole, e mi inginocchierei davvero a raccoglierle una per una, me ne riempirei i pugni, la gonna, le tasche e te le restituirei piangendo.
E’ colpa mia se chiederti scusa non può bastare, è colpa mia se non riesci più ad ascoltarmi.
E’ colpa mia se sono costretta a lasciarti andare, a srotolare il gomitolo. Ma ne tengo ancora stretta l’estremità. Aspetterò in silenzio.

Adesso scusami se non ti dico la mia continua verità, ma devo cambiare sguardo e voltarmi, per non vederti andare via ancora.
Per non guardarti camminare lontano, per sperare di vederti tornare.

 

 

Pioggia e sole abbagliano e mordono,
ma lasciano il tempo che trovano.
Il vero amore può nascondersi,
confondersi,
ma non può perdersi mai.

Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai.