La sposa ci è arrivata con il vestito bianco. L’ho vista all’improvviso sugli scogli, con lo strascico candido come fosse stato indossato lì per la prima volta, come se lo fosse appena messo addosso. Ci è arrivata con il vestito bianco e le scarpe nascoste sotto la gonna e i suoi capelli non badavano al vento. Non l’ho vista arrivare, l’ho trovata lì, già pronta sullo scoglio, nella scena della sua foto. Non le importava di me, né degli altri intenti ad arrampicarsi lì intorno, lì c’era il suo posto e la stava aspettando come se ci fosse stato scritto sopra il suo nome. Ci è arrivata con il vestito bianco che bianco è rimasto. Bianco ed asciutto, dopo aver superato l’acqua. I capelli fermi nel vento ed il vestito bianco.
Il marito le porge la mano con delicatezza, sorridono entrambi a se stessi prima che al fotografo, il mare li avvolge e scolpisce il loro carillon. Se nevicasse mi sentirei, d’improvviso, dentro un souvenir, dentro un souvenir del loro salotto. Invece c’è vento ed i capelli, a volte, mi coprono gli occhi e devo fare attenzione a non scivolare nonostante abbia suole di gomma. Respiro forte il mare ed un gabbiano per poco non mi sfiora la testa. Sono parte del paesaggio naturale. A nessuno in fondo importa che io sia lì, se non a me. La sposa ci è arrivata con il vestito bianco ed io con una maglietta a righe. Ma la sposa forse ci è tornata, forse c’era già stata, io invece ci metto gli occhi per la prima volta.
Vedo il mare scolpire souvenir per me, uno per uno, uno di fila all’altro. In uno c’è una sposa con il vestito bianco.

Avevo in tasca conchiglie insabbiate e camminavo nel vento verso il castello, con le scarpe bianche che riuscivano appena a tenersi fuori dalla palude della sabbia umida che le sosteneva incerta tra i gabbiani. La sposa ci è arrivata con il vestito bianco e senza damigelle. Dà le spalle alla mia foto lontana. Mi apro all’immenso che ho intorno eppure mi sembra che non ci sia abbastanza spazio dentro me. Riempio gli occhi ed il naso ed ascolto con attenzione, spalanco la bocca per ingoiare il vento freddo e salmastro che muove la mia sciarpa, aspetto che si insinui tra i polmoni.
Guardo al nord e penso al ghiaccio ed ai cappotti pesanti, i cappucci e le sciarpe di lana. Non ti ho visto vicino, non eri tu.
La mia testa confusa mi protegge dalla durezza dei pensieri chiari, mi protegge dalla serietà dei pensieri netti, dalla ricerca della consapevolezza che adesso, davvero, non mi interessa. Respiro il vento freddo dei miei polmoni, l’odore salmastro del naso, ho gli occhi ancora chiari e le scarpe umide. Non è il momento adatto per procedere, guarda com’è bello qui.

Tutto sembra in uno stato di falsa quiete. Sembra che il tempo non stia passando ed invece, tutto ad un tratto, io so che lo vedrò paurosamente dietro di me e così lontano. Passano giorni di falsa quiete in cui mi sembra di avere tempo per fare tutto. Riscopro interessi in cose e persone, riordino o riconfondo con ordine la mia stanza colorata. Ho foto da tirare giù per ricominciare. Adesso che si è aperto così chiaramente questo nuovo capitolo ho avuto il coraggio di buttare chili di carte inutili, senza neppure pensarci su. Mantengo ancora una scatola arancione che è ormai tristemente priva di significato. La mantengo non so ancora esattamente perché, per non offendere i pochi ricordi che restano forse. Ho due scatole che straripano ma che non ho voglia di aprire, una nuova lettera e poco tempo per continuare.

Così è successo. Dopo dieci mesi è successo e non è successo niente. Evitiamo parole confuse e dolorose, ci scrutiamo da lontano immaginando pensieri incompleti nelle nostre teste. Così non ti guardo e parlo, rido e parlo ed abbraccio il mondo lontano da te che ti sta, invece, di fronte. Siamo a tre passi ma mi sento distante come quando c’era tutto il Mediterraneo tra noi. E’ una sensazione strana. Avrei voluto abbracciarti ma sarebbe stato fuori luogo e probabilmente non lo avresti capito, avresti frainteso ed anch’io avrei frainteso me stessa.

Le coincidenze tra di noi, invece, continuano a stupirmi e la tua capacità di farmi sorridere senza un motivo, solo ricordando qualche ora insieme lontani da tutti gli altri. Credo che sia perché solo noi due possiamo capire davvero ciò che successe.

Una partita due contro quattro, la pallavolo che ancora una volta mi riempie il cuore. Che importa del resto? Forse è stata quella partita ad aiutarmi ad affrontare la serata a venire. Tutto accade per un motivo.

(Oggi avevo solo bisogno di appuntare dei momenti per non dimenticarli.)

C’è una foto rossiccia ed i tuoi capelli ricci sugli occhi. C’è una maglietta liscia e bianca che cade sui posti delle mie carezze. Ti guardo le braccia immobili e lo sguardo intento a guardare fuori quadro. I capelli ricci sugli occhi e la stagione nuova in cui non ti ho conosciuto, vorrei abbracciarti e accarezzarti ancora sulla maglia bianca che non ho mai toccato e spostarti i riccioli e vederti sorridere con gli occhi annacquati, ed allora farei per dirti qualcosa, ma non ti direi nulla, già lo so. So che non ti rivedrò, non scosterò i tuoi riccioli e non ti stringerò forte per dirti grazie, perché le nostre foto sono state già scattate e le nostre carezze già date.
Però a volte mi chiedo che ricordo hai di me. Se sai che pezzo grande del mio viaggio ti sei portato via, se sai la spinta forte che mi hai dato.
Vorrei incontrarti per caso e stupirmi ancora di queste nostre assurde coincidenze.
Mi sarebbe piaciuto incontrarti lì, nelle foto rossiccia, mentre guardi fuori quadro. Mi sarebbe piaciuto abbracciarti e sedermi a guardare.

Mi ritrovo ad ascoltare la stessa canzone di qualche mese fa, in fondo non proprio per caso. Oggi si ricompone il vecchio puzzle. Io sono un pezzo di angolo che guarda verso l’interno e tende le braccia per cercare di contenere tutto. Stringo forte e spingo il collo avanti per cercare di capire se è ancora tutto lì. Ho forte paura dei pezzi mancanti. Adesso che il puzzle si sta ricomponendo le tessere mancanti salteranno agli occhi e non sarà più possibile sperare che invece siano tutte ancora lì. Ho una paura folle di rivederti. Ho paura dei miei pensieri e delle mie sensazioni, del tuo sguardo e poi – anche – delle tue parole e delle mie. Tutto si ricompone e mi chiedo che disegno ne verrà fuori, se mi piacerà ancora, quali altre sfumature avrà l’azzurro e la nostra solita spiaggia.
Mi basta un pallone per allontanare tutto per un po’. I nostri mesi lontani, gli altri passi e le altre braccia, le città e quella sabbia sottile, gli occhi lucidi, il mio letto, le foto. Mi basta un pallone. Mi basta il mare nel tardo pomeriggio, quando il sole è andato via. Mi basta la doccia, le persone, le parole pensate che mi lasciano distante ed indifferente, o divertita, più che altro.

Alla fine è arrivato anche il lontanissimo 16 Luglio. E’ arrivato il 16 Luglio e la mia quasi prima settimana qui. E’ arrivata la prima dimostrazione di quanto ancora io tarderò a capire che tutto è cambiato. Sono cambiata io, è cambiata la città e sono cambiati i rapporti con le persone. E’ cambiata la possibilità di dare spiegazioni o di spiegarsi senza parlare. E’ cambiata la notte ed il giorno dopo. Sono cambiati gli occhi che guardano e le orecchie che sentono e tutto è più difficile e meno quieto. Non so che cosa sia meglio. Ieri ero a mare di notte ed ho ricordato l’oceano. Ho ricordato i capelli biondi che ho intravisto, ricci, in una foto. Il cremino ed il legnetto bagnato, il caldo ed i pantaloni a metà, la spiaggia ed il sole color seppia o quasi. E’ arrivato il 16 Luglio e la mia quasi prima settimana qui. Ho un cappello nell’armadio ed un pacco in arrivo, i miei 9 mesi da riordinare, l’estate per recuperare, parole da dire e parole da ascoltare, sguardi da incrociare e lettere da inviare. Ho un cappello nell’armadio e mi ci aggrappo con forza chissà perché. Forse perché è già il 16 Luglio, forse perché era già l’1.

Una nottata a conclusione e riassunto di questo pezzo di vita qui. Di una parte di questo pezzo di vita, perlomeno. La confusione, il fumo, i baci rubati, gli arbusti, le parole dette e quelle taciute, le parole esagerate, gli sguardi, l’acqua e la fontana, la musica, la chitarra, il fiume, il nostro ponte e le luci più in là. Respiro. Vi guardo tutti insieme forse per l’ultima volta. Non riconosco tutte le facce, mi godo solo il momento. I sentimenti che esplodono all’improvviso, i ricordi conservati di mesi e mesi fa, proprio quelli che pensavo rimanessero solo in me. La confusione, gli abbracci, le foto, la bambola, il vino che scorre, la birra, il ghiaccio. Respiro. Le bandiere ed i pennarelli persi, la borsa rosa, il ponte, di nuovo. L’erba bagnata, la schiena, la maglia al rovescio. La luce del giorno ai bordi della strada, la solita strada, sempre la stessa. La luce del giorno alla finestra, il divano pieno e la pasta nei piatti. Dormire in mattinata mentre voi vi rimettete in sesto. Non sentirvi andar via, evitare un ulteriore saluto.
Poi la mattina, le valigie e le foto.
Quel cappello, comunque, è sempre un tuffo al cuore.

Questi sono davvero gli ultimi giorni di un viaggio profondo dentro di noi. La tua faccia sconosciuta non lascia trapelare nulla eppure mi abbraccia forte. Avrai capito che sono stata tanto stupida da guardare fisso gli ultimi due giorni della tua vita qui, sarai stato confuso e perciò mi hai abbracciato forte. Abbiamo parlato come mai fino ad ora eppure mi hai regalato il tuo particolare più vistoso, lasciando gli altri a guardare. Lo tengo qui, sul letto che sarà mio ancora per qualche giorno, sul letto che ieri notte mi ha visto dormire solo due ore per il caldo o per i pensieri. Lo tengo qui, a volte lo guardo e sorrido. Mi hai dato una carezza ed un bacio di nascosto e mi hai abbracciato forte. Non so se fosse un tuo bisogno o se tu abbia ben interpretato il mio. Il mio bisogno di stringerti adesso, come mai prima, proprio negli ultimi tuoi due giorni di vita in questa città. Proprio adesso che sappiamo di non aver condiviso quasi nulla, proprio adesso che ci guardiamo negli occhi e non ci rinfacciamo nulla e non rimpiangiamo nulla, proprio adesso che sappiamo com’è andata, adesso ho bisogno di stringerti e dirti che mi dispiace. Non so per cosa esattamente, so solo che mi dispiace. Mi dispiace che tu vada via, mi dispiace che tutto stia finendo, mi dispiace che nonostante le promesse non riesco a credere che ci rivedremo e non riesco a vederne eventualmente il senso, non riesco ad immaginarne la scena. Mi hai lasciato il tuo particolare più vistoso come promessa, ma io sono quasi sicura che tu me l’abbia semplicemente regalato. Anche se non so perché tu l’abbia fatto. Ieri non è stato oggi e comunque qualcosa ti ho detto e comunque qualcosa tu hai sentito e così anche all’inverso.
Adesso manca davvero poco, siamo andati via su strade opposte che non penso si ricongiungeranno mai del tutto, cammineranno solo, probabilmente, per poco tempo, un po’ più vicine, come due sentieri subito dopo un incrocio.

Pane ed olio

Michele svuotò il cesto dei colori a terra, aveva trovato un grande foglio di carta sul tavolino dell’ingresso e l’aveva portato con sé nella stanza sua e di Luigi. Luigi dormiva nella culla, era Luglio e faceva caldo. Dalla serranda abbassata entravano strisce di luce ed odore d’estate. L’odore d’estate Michele l’aveva sempre assimilato all’odore del legno: era l’odore che faceva il grande armadio della sua stanza quando lo apriva di scatto per sbirciare gli angoli dei vestiti invernali nascosti in alto, ed ancora più forte era l’odore quando poi lo chiudeva, gli arrivava in faccia un soffio d’aria che sapeva proprio di legno e d’estate. Oppure, l’odore d’estate era l’odore della serranda quando d’un tratto il legno si muoveva per un colpo isolato di vento, lo respirava, senza pensarci, a pieni polmoni.
I vestiti invernali gli sembravano così assurdi, a Luglio; non si spiegava come potesse averli indossati, si immaginava in calzoncini ma con un cappello di lana, le bretelle scoperte sulla maglia bianca, quando se ne ricordava aggiungeva all’immagine la calzamaglia bianca che la mamma gli metteva per andare a scuola nei giorni più freddi, soprattutto a Gennaio, dopo Natale.
Adesso, invece, indossava una canotta rossa e mutandine verde acqua e sedeva a terra, godendo del freddo marmo del pavimento del secondo piano di un palazzo tra tanti del centro città. Gli avevano promesso che sarebbero andati tutti al mare, lunedì, quando il papà avesse preso vacanza dal lavoro.
Il mare era a pochi minuti da casa, la madre portava Luigi in braccio con la solita cuffia bianca in testa e Michele camminava aggrappato alla mano grande del padre.

Stava disegnando i contorni della sua mano sinistra. Pensò nuovamente di avvicinarsi alla scatola ormai vuota ma ancora ferma in bagno, e, nascosto lì dietro, sbirciare un po’ meglio solo per qualche secondo, poi però, con poca convinzione, scacciò per l’ennesima volta l’idea. Il giorno prima, il padre, di ritorno dall’ufficio, aveva portato su per le scale, con fatica, un’enorme scatola di cartone che aveva lasciato in bagno. Gli disse che era un oggetto magico che i bambini non dovevano assolutamente toccare o avrebbero rischiato di esserne inghiottiti. Michele non voleva perdere il lunedì di mare e perciò cercava, quando era in bagno, di ignorare il più possibile l’oggetto magico evitando addirittura di guardarlo, per non scatenarne l’ira.

Disegnò un cerchio e lo calcò più volte, scelse il rosso tra i colori sparsi per terra ma, quando si sentì chiamare a gran voce dalla cucina, si alzò da terra per raggiungere la madre. Lo investì l’odore del forno acceso e del pane quasi bruciato, vide il sale sul tavolo accanto al piatto che la mamma gli stava preparando. Inspirò puro olio d’oliva e guardò il pane inzupparsi ed il sale cadere su un letto di briciole e sole che straripava di sapori e natura. La mamma voltò il panino e lo schiacciò nel piatto che diventò dorato.
Pane con l’olio nel pomeriggio, la mamma aveva anticipato i tempi, di solito era uno spuntino da consumare con papà, appena rientrato.
La mamma si sedette accanto a lui e lo guardò mangiare. Michele pensò che non si era mai seduta a quell’ora a guardarlo mangiare.
Tirò con i denti il pane croccante e ne assaporò l’olio che gli esplodeva in bocca come strizzato via da una spugna. Le dita gli si ungevano di felicità ed ombra ed ancora non sapeva che stava tingendo uno dei più duraturi ricordi della sua infanzia. Ci affondò il naso e respirò ancora, sentiva il sale urtargli gli angoli della bocca. Piegò poco il pane per creare un piccolo e transitorio solco al centro e ne vide sgorgare un rivolo d’oro. Tirò via un altro morso ed infine divise l’ultimo pezzo di pane sporcandosi l’intero palmo della mano destra, mangiò prima la parte che aveva nella mano sinistra e poi quella rimasta, raccolse con l’indice gli ultimi chicchi di sale del piatto e poi li leccò via. Si pulì la guancia con il polso e rimase a guardare la madre con le mani aperte verso il soffitto, un sorriso soddisfatto ed il naso profumato d’oliva. La madre rise e si alzò per accompagnarlo a sciacquarsi.
Entrarono in bagno e lei aprì l’acqua, Michele si alzò sulle punte dei piedi per arrivare a bagnare le mani e lei si abbassò a parlare con l’oggetto magico. Michele sbirciò con paura. La mamma si rialzò in pochi istanti con dei panni bianchi nel solito cesto di vimini e lui sentì un odore fresco superare per un attimo il profumo d’olio del naso ancora sporco. Sentì acqua e sapone, umido e pulito, poi si leccò la bocca e tornò al sapore dell’olio e del sale. Guardò la mamma dallo specchio, intimorito dalla domanda che stava per fare:
“Che cos’è?”, azzardò. Si era macchiato d’olio la canotta rossa e l’acqua gli scendeva ancora forte sulle mani.

“E’ una lavatrice, Michele, ma non la toccare.”

Michele fece un respiro profondo, non aveva capito granché. Pensò al mare di lunedì ma, infine, rischiò un’altra volta:
“Posso odorarla?”

Questo racconto partecipa all’EDS della Donna Camel Sniff sniffcon:

Terre lontane, di Melusina
Ucci ucci, di Hombre
Odori di ricordi, di Lillina
Buon compleanno nonno, di Lillina
L’odore della SIPE, di Pendolante
Profumo di Marsiglia, di Lillina
Il profumo del rinnovamento, di MaiMaturo
L’abbondanza di cozze, di Fevarin e Carnazza
Odore della domenica, di F.
La puzza, di La Donna Camel
S.Sebastiano, di Dario D’Angelo